Calisto 2015 : ci passeresti la serata

Telefoniamo verso le 13:30 per prenotare una degustazione con praticamente preavviso nullo. “Pronto!”, risponde Stefano Berti  con voce piena, stentorea che però non manca di sapere esprimere ironia. Tutto questo si ritrova con diverse declinazioni nelle sue etichette: si sorride in amicizia con il Rossetto e il Cipria e si parla di belle fanciulle, ci si fa più rigorosi quando si va a discorrere di Sangiovese, sottozone, Predappio e Romagna. Per me, si distingue il Calisto che, dopo una riduzione iniziale, dimostra concretamente di essere un grande vino consegnando un calice giocato sulla frutta macerata, fiori essiccati e un distinto ricordo carnaceo. Non può che essere un sorso succulento, di grande impostazione, che avanza compatto e senza indugi, non lesinando su un tannino fitto, puntuale e totalizzante. Ci passeresti la serata perché è una Riserva che richiede il tuo tempo, la tua attenzione e, soprattutto, la tua cura del calice. Grazie a Stefano per l’accoglienza e grazie a Paolo Gentile per avermi accompagnato.

Grazie a te Gabriele

Il Ravaldo 2017 piacevole , bevibile e territoriale

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Il vino e l’esibizionismo social

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Hai visto su Féisbuc le mie bevute di ieri? Sono andato da Gigione Lo Zozzone e mi sono fatto una verticale di Monfortino dal ’53 al ’98”. “Eh, figo! Io invece ho appena messo su Instagram le foto della comunione di mia nipote, due Salon ’88, due Cristal ’92 e l’Oenothèque ’69 di mia suocera, da paura!”. “Cavolo, dell’88 io ho bevuto il Clos du Mesnil l’altra sera dal kebabbaro di via Fioravanti, hai visto sulla mia ultima story?”. “Pensa che da quel kebabbaro mi sono sparato un La Tâche ’47 ancora in gran forma, il dramma è che mi si era scaricato lo smartphone…” “Vabbe’, allora è come se non lo avessi bevuto”. Posso dirlo francamente, che mi sono rotta le balle di avere la bacheca intasata di Krug, Romanée Conti, Château Margaux e compagnia cantante? Pure la zia Peppina, ormai, mi snocciola le sue bevute di Grande Année, P2 e Belle Époque! Magari la mia è solo invidia, e neanche tanto sana. Però la faccenda inizia a irritarmi, deprimermi, e pure annoiarmi (non necessariamente in quest’ordine). Da un po’ di tempo a questa parte osservo un trend oscillante fra l’esibizionismo e il voyerismo, tra l’autocompiacimento e la masturbazione, che poco c’entra con la condivisione e con la comunicazione del vino. Saggiamente, l’amico Emanuele Giannone ha sentenziato “la comunicazione costa tempo, il riconoscimento no” e questa cosa mi ha fatto riflettere. Siamo tutti riconosciuti (e riconoscibili) per le bevute che sfoggiamo? Tanto più figa è la bottiglia che teniamo a portata di click, quanto più fighi, stimabili, ammirabili e invidiabili risultiamo noi, a prescindere da ciò che raccontiamo? Stando a quanto vedo ultimamente, pare proprio di sì. Su una batteria di bottiglie aperte, quella che finisce sui social è sempre la più prestigiosa. Che poi il contenuto del post sia pressoché nullo a livello di informazione, credibilità, critica, o semplicemente di ricerca e originalità, poco importa. Un’immagine ben confezionata, accompagnata dallo slogan “definitivo”, “unico”, “assoluto”, “top”, e il gioco è fatto. Ormai, quando vedo la foto di un Dom Pérignon, a me sale la carogna. L’obiettivo non è (quasi) più la condivisione di una grande emozione o di una bella esperienza, l’analisi, la riflessione o la scoperta, ma è lo sgargiante, roboante e fulmineo sfoggio di un lustro irraggiungibile ai più. Anche per il vino sta diventando una faccenda di emulazione e ostentazione. Peraltro, la maggior parte dei vini che vedo sfilare sulla mia home page io non li ho neppure mai assaggiati, e spesso mi chiedo dove la gente trovi i soldi per comprarseli. Per me rimane un mistero. Ma anche volendo tralasciare il (non trascurabile) aspetto economico, la sensazione è che lo scopo sia diventato quello di ottenere visibilità, piuttosto che condividere contenuti e offrire spunti di riflessione. “Più che un orientamento, è una sorta di adescamento”, ha detto ancora il saggio Giannone. A me sembra un’ipertrofia del Bar Sport, dove si giocava a chi la sparava più grossa, tra un frizzantino e una birretta. Con la differenza che, lì, tutto si esauriva nelle quattro mura del bar.

Lisa Foletti  su Intravino

Di buone intenzioni …

Aprile 19

Dopo un inizio marzo primaverile e tiepido adesso un aprile uggioso e incerto, quasi freddo . Le vigne sono partite pimpanti , ci sono già i grappolini distesi e attacchi di nottue o di sigarai non ne abbiamo visti . Certo non ci sono state grandi piogge ed è difficile pensare di poter affrontare la stagione estiva con l’acqua attualmente nelle falde , per evitare il crearsi di criticità ne serve ancora e , a questo punto, si spera che la faccia diluita nel tempo ma , si sa , di buone intenzioni è lastricato l’inferno .

Vinitaly 2019

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Dal 7 al 10 aprile 2019 si svolgerà a Verona il Vinitaly , una delle manifestazioni sul vino più importanti al mondo. Noi saremo al Padiglione 9 , nello stand E16/D17, come co-espositori del Gruppo Matura, che ci sostiene e ci supporta in questi quattro giorni di incontri . Ci piace segnalare anche la posizione di altre aziende che fanno parte della delegazione romagnola della FIVI, la Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti , di cui facciamo parte e che sosteniamo con forza nella sua attività a difesa degli artigiani vignaioli .

L’evoluzione della specie

Nel giro di 20 anni siamo passati da Paese esportatore di vini fermi, soprattutto rossi, a uno che vende bianchi-spumanti. Con il risultato che è questa l’immagine del vino italiano percepita sempre più dalle nuove generazioni di consumatori nel mondo. Ma ne siamo realmente consapevoli?

Corriere Vinicolo magazine (n. 11-2019)homeless

Nous allons commencer

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gemma di sangiovese al germogliamento con la prima foglia che inizia ad aprirsi

Perchè ci devo mettere tutta questa “passione ” ?

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Ogni tanto qualcuno ti dice che ” per fare il vino ci vuole tanta passione “. Ma in che senso ? Nel senso che io devo soffrire e tu godere ? Nel senso che io lavoro senza guadagnare che tanto sono già gratificato dalla soddisfazione di produrre un liquido alcolico ? No perchè ‘sta storia ormai ha un po’ stancato , a me sembra che sia soltanto un pretesto per dire che ci dobbiamo accontentare , che abbiamo scelto un lavoro che non ti farà guadagnare denaro ma ti darà tanta soddisfazione spirituale , una specie di purgatorio in terra che poi ti farà guadagnare il paradiso quando sarai morto, un’ascesi mistica che ti farà elevare da terra come un drone e vedrai tutto come lo vede Dio in un fulminante stato di estasi . A me basterebbe semplicemente pagare i costi di produzione e ricavare uno stipendio per vivere decentemente cercando di mantenere l’azienda vitale e competitiva, tutto qui , un’impresa individuale come ce ne sono tante : perchè ci devo mettere tutta questa “passione” ?

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